VIABILITA' STORICA

Trekking:  Bologna - Firenze
(Dalle antiche vie ad i nuovi tracciati escursionistici fra le due antiche città poste nei due versanti dell’Appennino)

Fino a pochissimo tempo fa si pensava che gli etruschi non fossero stati in possesso di un’evoluta tecnica costruttiva delle loro strade.
Ciò era attribuito al fatto che non ci fossero particolari interessi di contatto fra le loro varie città. Si credeva che ciò dipendesse dal sistema politico, tipico di una civiltà policentrica. Le Vie Cave (o Cavoni) non è certo se fossero gli inizi di una viabilità per risalire ai pianori oppure le strade che conducevano alle necropoli, anche se nessuno vieta che le due cose possano coincidere.
Per le necropoli queste strade potevano essere una sorta di grande dromos per l’accesso al cimitero.
Al di fuori delle vie cave c’era ben poco di riconducibile agli etruschi e di visibile ancora oggi. Risulta certo che questo popolo avesse comunque “mappato” il proprio territorio con una rete viaria. Ai tirreni era sufficiente un tracciato che permettesse il collegamento tra le diverse Lucumonie, senza (si pensava) particolari dotazioni.
Di contro alcuni storici greci scrivevano che gli stessi avevano collegato le città-porto di Pisa, sul Tirreno, e Spina, sull’Adriatico, tramite una viabilità tale da permettere ad un cavaliere di impiegare solo 3 giorni da un mare all’altro. Ma questo sembrava appartenere alla fantasia di quegli storici.


Poi ecco la rivoluzionaria scoperta: pochi mesi fa gli archeologi scoprono, nei pressi di Lucca, e a pochi metri dall’Autostrada A11, una strada larga 7 metri, con la preparazione tipica (scasso e spargimento d’inerti) delle consolari romane con l’unica differenza che al posto del tipico selciato di copertura composto da larghe ed irregolari lastre di pietra c’era una specie di bitume fatto di fango misto a sassi di fiume.
Molto probabilmente la strada da Pisa procedeva verso Lucca e Prato (a Gonfienti, nei pressi della città laniera, è stata recentemente trovata una grande città etrusca) per valicare l’Appennino e recarsi a Marzabotto, Bologna e quindi a Spina, importantissimo porto da cui provenivano merci e manufatti orientali. In senso inverso viaggiavano invece, il ferro dell’Elba e le merci della Spagna e della Francia.
La strada era quindi una naturale appendice della rotte marine che univano il Nord Europa all’Oriente; una vera e propria scorciatoia.

Con la Roma imperiale le cose cambiarono notevolmente. Il potere diventò “monocentrico” con un centro di comando unico, rispetto alle Lucumonie etrusche che erano organizzate secondo una logica “policentrica”.

Da Roma si irradiava un sistema viario verso tutta la penisola, la stessa Europa, l’impero.
La strada romana era fatta in modo molto accorto, con un cospicuo movimento di terreno e di inerti; veniva praticato uno scasso dove venivano messi in opera vari strati di inerti di varie pezzature per terminare infine con i lastroni di pietra del piano di calpestio. 
Le strade principali dovevano essere abbastanza larghe da permettere il passaggio contemporaneo di due carri e spesso avevano anche il marciapiede.
L’esercito romano che si spostava era una cosa impressionante in termini di quantità; basta pensare che lo spostamento di 2 o 3 legioni (vale a dire 6500 soldati per legione) comportava lo spostamento di migliaia di persone. Con i soldati, infatti, andavano i cuochi, i cartografi, i consiglieri, gli interpreti, le donne, ecc... 
Questo sistema aveva bisogno di una struttura logistica che comprendesse i punti di sosta, cioè di accampamenti stabili a cui potersi appoggiare. E’ proprio come accampamento del genere che è nata Firenze. In generale comunque dove c’era una strada etrusca i Romani ne hanno sovrapposta un’altra, costruita con tecniche non così più evolute della prima.
Addirittura sulla Flaminia Militare (tra Firenze e Bologna) ci sono ancora pezzi di selciato romano e resistono eloquenti toponimi, ma i reperti sono numerosi anche in altri luoghi.

La storia della viabilità tosco-emiliana continua con il Medioevo quando si assiste ad un generale abbandono dei tracciati (che degradano) … e questo ci permette di richiamare un legame tra caratteri di una civiltà, tra sviluppo economico … e viabilità.
Le strade, non più mantenute, diventano “rupte” e seguire la “rupta” diventerà col tempo, sinonimo di direzione-strada. Da qui le parole rotta-route-road, entrano a far parte della varie lingue europee.
Nel Medioevo non possiamo omettere di citare la Via Francigena o Romea una vera e propria “autostrada” (con vari diverticoli tutti ugualmente importanti) di quel periodo che provenendo dal Nord (il paese dei Franchi) si dirigeva a Roma, in un primo tempo attraverso la Toscana e in seguito, dopo aver seguito la Via Emilia ed attraversato l’Appennino, faceva tappa anche a Prato per poter visitare la famosa “Cintola della Madonna” una reliquia ritenuta particolarmente importante. 

Un capitolo molto interessante per chi si occupa d’escursionismo è quello della viabilità minore legato alla “cultura materiale” delle due regioni divise ma anche unite dall’Appennino. 
Con cultura materiale intendiamo quel sapere e quelle pratiche produttive che hanno caratterizzato i nostri territori: ad esempio la “civiltà del castagno” che è stata diffusa in Appennino per molti secoli ha mantenuto molti tracciati minori in buono stato, come pure la “civiltà del carbone e del legname” come fonti energetiche importanti per millenni.


E’ facile capire come queste pratiche materiali avessero bisogno di una “viabilità di servizio”, le mulattiere ad esempio, per spostarsi sul territorio, veicolare uomini, mezzi, strumenti e prodotti. Così pure le pratiche della Transumanza e dell’Alpeggio. 
In Toscana c’è stata una lunga tradizione di transumanza. I pastori portavano le loro greggi dalla montagna alle Maremme in autunno e facevano ritorno alla montagna in primavera. Passando con le pecore la “strada” era una sorta di pista (tratturo) calpestata. La transumanza ha avuto fine dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L’alpeggio indica una sorta di spostamento interno alle varie zone: si portavano gli animali al pascolo sulle praterie della montagna, nella buona stagione. 
Nel tempo, varie vie hanno attraversato la dorsale montuosa; fra queste ricordiamo:
La Flaminia Minore, la Via Cassiola, la Via Maestra di Saragozza o Francesca della Sambuca, la Via della Limentra Orientale, la Via del Santuario di Bocca di Rio, la Via di Castiglion de Pepoli, la Via della Stale o Via degli Dei, la Via Montanara.


Come si evince la Viabilità Storica ha avuto molte espressioni sul territorio delle due regioni confinanti che hanno fatto dell’Appennino il nodo cruciale di ogni direttrice. In ogni caso, al centro del sistema degli itinerari vi erano le due grandi città di Bologna e Firenze, famose nel mondo.
Alcuni importanti personaggi hanno percorso queste direttrici in epoche diverse, lasciando importanti testimonianze scritte. Fra queste vi è quella di Don Paolo Salani di Monghidoro (allora Scaricalasino) che fu testimone dell’arrivo in Toscana del primo Granduca di Toscana, Francesco Stefano III di Lorena: “Ora passando all’anno 1739, benché nell’Anno suddetto non vi sia stato passaggio di Truppe. Salvo alcuni convogli Tedeschi esistenti in Toscana, passati a trasportati fino alle Felegare (Località nei pressi di Monghidoro, attuale confine fra le due regioni di Emilia e Toscana, allora confine di stato fra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana), per le quali non si avuta alcuna vessazione, è però succeduto il passaggio di S.Al. Reale Francesco Stefano III di Lorena, Granduca di Toscana e della di Lui famiglia, con tutta la sua corte, indirizzato in Toscana per prendere possesso di quel granducato, com’era già stato stabilito nei concordati delle corone di Vienna”

Dalle “Memorie delle cose accadute sotto il governo del Re.mo padre abate don Paolo Salani dal 1735 al 1739” Archivio di stato di Bologna.

Sia il De Montagne che il Goethe, a distanza di quasi due secoli, durante i loro “Viaggi in Italia”(1580 il primo e 1786 il secondo) – nel tratto fra Bologna e Firenze passarono per Loiano e Monghidoro (vedi capitolo apposito) prima di valicare l’Appennino alla Raticosa ed alla Futa e poi scendere verso il Mugello ed infine arrivare nella piana fiorentina. Molti altri viaggiatori più o meno noti li seguirono. Poi il progresso e le invenzioni dei motori a vapore, elettrico ed a scoppio cambiarono il mondo, il modo di viaggiare e le strade importanti fuono altre.


Nel dopoguerra, l’abbandono delle campagne e della montagna dovuto al boom economico degli anni Sessanta ed il passaggio a nuove fonti energetiche che rendevano obsoleto l’uso del carbone di legna, fecero perdere ogni significato ai concetti di carbonaia, sentiero, mulattiera o antica strada. Nuovi asfalti, scassi e piste di lavoro trasformarono (e purtroppo trasformano ancora…) totalmente il territorio in pochi anni.
Col ritorno all’interesse per l’ambiente naturale e la voglia di riscoprire il camminare quale sport per tutti e modo per rilassarsi nel verde, è rinata, ormai da circa 20 anni, anche la voglia di ricercare e riscoprire i vecchi selciati che univano i “popoli” delle campagne e della montagna appenninica.



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